Grillo, la blockchain e la moneta digitale italiana

Grillo incatenato alla blockchain

Di blockchain e digitalizzazione in Italia non se ne parla molto. Tra i politici poi molto poco. Chi lo fa di più e´ Beppe Grillo. Sul suo blog appaiono di tanto in tanto i suoi pensieri sulla blockchain e le cryptomonete.

A volte lo fa con superficialità e poca competenza, come quando afferma che Bitcoin “… non è pubblica né tanto meno democratica, perché i bitcoin sono fabbricati (sic! — come fossero oggetti) in soli 4 o 5 posti al mondo e tre di questi sono in Cina.”

O utopisticamente, dicendo che con una blockchain democratica “sparirebbero le banche, gli intermediari, la BCE e la moneta unica, via i dollari e le monete fisiche…”

Qualche volta però fa affermazioni più interessanti e fondate del tipo, “… una moneta digitale, ovviamente ad uso interno, avrebbe dato una spinta importante al rilancio dei consumi…” e “…la rivoluzione sta nella e-Lira, un circuito virtuale per acquisti reali, garantito dalla tecnologia blockchain…”.

In ogni caso, e di questo bisogna dargliene atto, tra i politici italiani e`sostanzialmente l’unico che ne parla e lo fa già da anni. E questo e` sicuramente un bene.

Ma vediamo allora di mettere un po´di ordine tra le ultime esternazioni di Grillo in tema di blockchain e sgombrare così il campo da alcune imprecisioni e errori, per concentrarci, invece, sugli aspetti positivi e su quelle idee che possono essere di rapida realizzazione e indubbio beneficio per il paese ed i cittadini.

Anzitutto, se non e’ pubblica Bitcoin non e´pubblica nessuna blockchain decentralizzata. Tornando alle citazioni nel blog di Grillo (vedi sopra), bisogna necessariamente fare distinzione tra i c.d. minatori — che investendo capacità computazionale per risolvere l´algoritmo aggregano poi le transazioni nella blockchain formando i blocchi della catena — e i nodi internet della catena, che detengono una copia integrale aggiornata della blockchain e verificano indipendentemente ogni transazione prima di propagarla in rete affinché i minatori possano poi aggiungerla alla catena risolvendo l´algoritmo e venendo poi compensati per il lavoro fatto con fees sulle transazioni e con l’emissione di nuova moneta. Non tutti i nodi sono minatori. Ci sono infatti oltre 11.000 nodi che mantengono la rete Bitcoin viva e vegeta e sono distribuiti in modo abbastanza uniforme tra Asia, USA ed Europa (per esempio la sola Germania ne detiene il 15% e la Francia il 5%, mentre purtroppo l’Italia non figura nemmeno).

Per chi volesse avere ben chiari questi concetti basilari consiglio le fonti ufficiali quali BitcoinWiki e Bitcoin.org o questa Q&A con Andreas Antonopoulos, in inglese perché´in Italiano esiste solo una piccolissima parte del materiale educativo esistente.

Quindi Bitcoin rimane oggi — e qui Grillo prende una cantonata — la blockchain pubblica più decentralizzata.

La questione geopolitica della nazionalità dei minatori e della loro concentrazione e´complessa per essere affrontata in queste poche righe. Ad oggi circa il 65% del hashpower (capacità´computazionale) di Bitcoin e´in Cina.

E´stata anche del 75% ed e´da tempo in diminuzione. Nuovi pool vengono creati in USA e Canada grazie a prezzi dell’energia sempre più competitivi. Per un quadro aggiornato del Bitcoin mining si veda qui.

Sulla geopolitica di Bitcoin i fattori che giocano un ruolo fondamentale sono quindi i costi energetici, il pooling dei minatori in consorzi, le clouds, la disponibilità e i costi dell’hardware, le normative nazionali, gli incentivi ecc.

In ogni caso il punto fondamentale e´ che — per dissipare una volta per tutte l’equivoco — la vera decentralizzazione si ha non tanto con i minatori quanto con una ampia e capillare diffusione dei nodi. Un certo livello di concentrazione tra i minatori e’ inevitabile e non produce grossi rischi o storture. Infatti era stata già ampiamente prevista fin dall’inizio nel White Paper di Bitcoin. I minatori sono investitori razionali che operano per profitto. La sicurezza della blockchain aumenta con l’aumentare della capacità computazionale da essi investita. Più questa aumenta, e tanto maggiore sarà l’investimento fatto e minore sarà l´incentivo ad attaccare la rete e quindi danneggiare il loro stesso capitale. Nessun investitore razionale lo farebbe. Resterebbe quindi ipotizzabile solo un attacco motivato da ragioni geopolitiche da parte di uno stato sovrano o da una coalizione di stati sovrani. Ma anche qui uno dovrebbe chiedersi quale sarebbe l’interesse, ad esempio della Cina, ad attaccare la blockchain di Bitcoin bruciando — letteralmente per farlo — svariati miliardi di dollari. Quale l´obiettivo? Per poi vedere migrare i bitcoiners su Monero? O vedere tutti i restanti minatori — che sono investitori razionali motivati dal profitto — coalizzarsi col resto della rete per fare un fork della blockchain ai primi segni di “ammutinamento”? O forse perché i cinesi vedono bitcoin come un pericolo per il nuovo Renminbi digitale?

Nel frattempo altre blockchain pubbliche si sono affiancate a Bitcoin e anche qui assistiamo a un crescente livello di decentralizzazione su Ethereum, Monero, Litecoin, EOS, ecc.

Ma anche bitcoin — la criptomoneta — e´cambiata molto. Non e´più la criptomoneta “super-speculativa” che era solo due anni fa, o la criptomoneta “rivoluzionaria” per cypherpunks degli inizi. Anzi, bitcoin è diventato un “oro digitale”.

Funge da collaterale e lubrifica tutto il settore DeFi (Decentralized Finance) per un controvalore a oggi di circa 2,7 miliardi di Euro.

DeFi vale ad oggi complessivamente circa US$ 14,7 miliardi ed è un settore che anche Wall Street tiene d´occhio perche`e li che puo`nascere una killer-app per la finanza decetralizzata. Il potenziale e`enorme, ma i rischi pure.

Asset Managers tradizionali e famosi investitori di Wall Street detengono oggi bitcoin.

Società´quotate al NYSE hanno convertito 1% della propria cassa in bitcoin.

JP Morgan e Goldman Sachs non sono certo stupidi e non sono più critici come lo erano prima. Anzi, hanno fatto letteralmente retromarcia e prevedono in futuro per bitcoin dei valori che sono un multiplo del prezzo di oggi. Prima o poi anche loro condivideranno la mia previsione di oltre Euro 200.000 per BTC.

Perché?

Ma perché vedono qual e´ il percorso di adozione, ne sono consapevoli, lo stanno sperimentando sulla loro pelle. I loro clienti lo adottano e pure loro lo faranno. Bitcoin ormai e´stato cooptato dalla finanza che conta, da Wall Street e per le buone ragioni che ho ripetutamente elencato in passato.

Quindi le banche centrali non temono certo bitcoin perché non hanno ragione di farlo. Lo stesso errore fanno ormai da anni Warren Buffet e Ray Dalio, che solo qualche settimana fa si è ripetuto, per poi chiedere pubblicamente se forse “qualcosa gli stia sfuggendo” su bitcoin.

Bitcoin diverrà sempre più “oro digitale”, una riserva di valore in un mondo dove invece le valute circolanti saranno certamente digitali. Che bitcoin venga usato per comprare la pizza o per fare la spesa è irrilevante per la sua adozione come riserva di valore. Anzi, per comprare la pizza useremo l’Euro digitale o il Dollaro digitale o la Facebook Libra o altro. E queste valute digitali — tutte volutamente inflazionarie — saranno in futuro più facilmente scambiabili con i bitcoin. Si potranno facilmente tenere i risparmi in bitcoin e cambiare quello che serve per fare la spesa con l’Euro o il Dollaro digitale. Per poi tornare su bitcoin. Anche se le autorità volessero, chiudere tutte le rampe di accesso a bitcoin per loro sarà impossibile.

Le CBDC (Central Bank Digital Currencies) delle Banche Centrali poi, potrebbero diventare un male o un bene a seconda di come verranno strutturate. E´troppo presto per dirlo. Se andiamo in profondità, potrebbero perfino rappresentare un miglioramento rispetto alla situazione attuale. Pochi sanno, purtroppo, che il tanto vituperato denaro contante (si le banconote, quelle che vogliono togliere perché, ci ripetono, sono sporche, usate solo da trafficanti, evasori, mafiosi e ora trasmettono anche il Covid — sic!) sono in realtà l’unica moneta avente corso legale ex Art 128 del Trattato EU. Cosa di non poco conto visto che, invece, i numerini digitali che abbiamo sui nostri conti correnti altro non sono che un credito che vantiamo verso un soggetto privato (la banca) e senza corso legale, che viene scambiato come fosse contante solo per convenzione, ma non per legge. Quindi moneta scritturale bancaria=debito senza corso legale. Cosa importante, che ci porta ad affermare che una moneta digitale emessa da una Banca Centrale, direttamente ai cittadini, rappresenterebbe moneta di qualità superiore e rischio inferiore rispetto ai conti correnti bancari e paragonabile quindi al denaro contante (quindi M0 rispetto a M2).

Certo, come sempre il “diavolo sta nei dettagli” e quindi il modo in cui una CBDC verrà strutturata sarà fondamentale per valutare i pro e i contro in termini di privacy, convertibilità, possibilità di maturare interessi e utilizzabilità come veicolo di politica monetaria, eventuali caps alla quantità utilizzabile per ogni cittadino, zero costi, ecc.

Va anche detto però che le CDBC potrebbero aprire “la porta dell´inferno” e rendere possibili violazioni dei fondamentali principi democratici (quei pochi che purtroppo ci sono ancora rimasti), qualora, per esempio, venisse utilizzata per dare o togliere reddito di sussistenza ai cittadini, magari accoppiata a un sistema di crediti sociali e sorveglianza di tipo covid-cino-comunista, oppure se usata da gruppi di potere politico-economico per comprare i voti direttamente dai cittadini. Addio quindi al voto di scambio della prima repubblica e benvenuto al “voto comprato legalmente” della terza repubblica digitale preconizzata da George Orwell.

Il RMB digitale cinese per esempio già viene usato e si chiama DCEP (Digital Currency Electronic Payment) e non usa la blockchain, non ne ha bisogno. Non e´ stato certo concepito avendo in mente la libertà dei cittadini, piuttosto come strumento di controllo centralizzato. Come sarà la struttura delle altre CBDC andrà visto, ma dobbiamo comunque rimanere vigili, perché può diventare sia uno strumento di libertà che uno di oppressione, e con l´aria che tira oggi dobbiamo fare molta attenzione a quello che ci viene propinato. Il peggio dei due mondi sarebbe l’eliminazione del contante e una moneta digitale emessa da soggetti privati, come le banche commerciali o Facebook o Amazon, che come già fanno oggi con gli account degli utilizzatori, potrebbero dirti in qualsiasi momento: “Spiacenti l’acquisto del libro selezionato non e´consentito perché da noi censurato, in quanto il suo contenuto infrange le regole morali di Facebook e, per il tuo bene, non ti e`consentito leggerlo. Pentiti quindi dei tuoi sporchi pensieri e intanto blocchiamo il tuo account Facebook-Libra”, e tu ti dovrai far prestare qualche vecchia, sporca e contagiata banconota da qualcuno se vorrai ancora mangiare. Sempre che qualcuno l´accetti ancora, senno`non ti resta che mendicare.

Molto meglio quindi la CBDC della BCE o della FED, se verranno adottate per i cittadini delle forti tutele per la privacy, anonimato, incoercibilità e libera trasferibilità, che le rendano sostanzialmente simili al contante.

Ma passiamo ora al secondo post. Qui Grillo dice cose più interessanti e che “..una moneta digitale, ovviamente a uso interno, avrebbe dato una spinta importante al rilancio dei consumi…” e che “…la rivoluzione sta nella e-Lira, un circuito virtuale per acquisti reali, garantito dalla tecnologia blockchain,…”.

In questo articolo avevo già proposto la tokenizzazione dei crediti fiscali che il governo da ai cittadini sulla base del superbonus 110% per le ristrutturazioni edilizie, la creazione di un mercato dei crediti basato sulla blockchain e infine che “… il credito d’imposta potrebbe essere convertito in una nuova unità monetaria, chiamiamola Nuova Lira Digitale (NLD), scambiabile 1:1 con l’Euro e supportata dai crediti che rappresenta. La NLD lubrificherebbe l’intero sistema del credito d’imposta e porterebbe liquidità immediata all’economia reale”.

Sostanzialmente quello che poi ha ripetuto Grillo nel suo post.

Se quindi il concetto di una Nuova Lira Digitale a uso interno e basata sui crediti d´imposta o su un altro tipo di credito concesso dallo stato ai cittadini, viene condiviso sia da un partito di governo (Grillo), che da ampie parti dell’opposizione — le quali da tempo hanno proposto analoghi concetti per un ritorno, almeno parziale, a una certa sovranità monetaria, ad esempio attraverso la moneta fiscale o il riacquisto del debito pubblico italiano — non serve più molto per mettersi finalmente d´accordo. Che i politici quindi facciano una volta per tutte quello che devono, mettendo da parte le ideologie e con pragmatismo adottino la soluzione di cui gli italiani hanno urgentemente bisogno. Basta aspettare i burocrati di Bruxelles, basta discussioni penose sul MES, Recovery Fund, ecc — i cui soldi non arriveranno quando servono o non arriveranno mai — le soluzioni possibili per fare da soli e subito ci sono.

Non scordiamoci che l´Italia è— anche se per poco ancora — un paese ricco di importanti risorse.

L´Italia ha un patrimonio artistico e culturale ineguagliato e che dovrebbe essere utilizzato per rilanciare l´economia attraverso, per esempio, un portale nazionale del turismo della cui adozione ho parlato qui.

L´Italia e´il 3° paese al mondo per riserve auree con oltre 2.450 tonnellate.

Piuttosto, che i politici — in modo rapido e bipartisan — si muovano per mettere con trasparenza e certezza la proprietà dell´oro di cui dispone Banca Italia legalmente nelle mani dello Stato. Visto che, se anche dal punto di vista storico e’ indubbio che sull’oro della Banca d´Italia i diritti sostanziali siano vantati dai cittadini dello Stato, dal punto di vista puramente legale, non e’ proprio cosi’ dato che Banca d´Italia e’ posseduta da banche private, alcune delle quali sono a loro volta controllate da banche straniere. I politici devono quindi muoversi prima che si concretizzi l´ennesimo scippo ai danni dei cittadini e dello Stato italiano.

Per finire con la blockchain, che e’ un ottimo strumento, ma non certo la soluzione a tutti i problemi, Grillo ed altri dovrebbero farsi seri portavoce per la creazione di una infrastruttura pubblica, cioè dello Stato, basata su blockchain e che possa gestire tutta una serie di servizi e applicazioni di interesse nazionale come ad esempio:

  • l´anagrafe pubblica ed il catasto immobiliare. Ad esempio, portare il catasto immobiliare all’interno di una blockchain libererebbe tutta una serie di sinergie che il settore privato potrebbe poi sviluppare con apps che ridurrebbe enormemente i costi di transazione, intermediazione e certificazione delle transazioni immobiliari.
  • tutela di tutti i prodotti e servizi Made in Italy, senza che lo debbano fare le imprese singolarmente ricorrendo a blockchain private.
  • aste pubbliche e aggiudicazioni di gare di appalto. Qui l’impatto sulla corruzione sarebbe fortissimo potendo la blockchain introdurre trasparenza dove manca ed e’ necessaria.
  • nazionalizzazioni, cioè togliere ai privati quei monopoli naturali o settori strategici che devono rimanere invece in mano pubblica. Grillo è genovese e mi stupisce che non abbia pensato all’uso della blockchain per raddrizzare privatizzazioni palesemente errate come quella delle autostrade italiane.

Qui ne parlai diffusamente dopo il crollo del Ponte Morandi e magari può ancora servire da ispirazione. Inutile dire che queste iniziative genererebbero posti di lavoro per quei giovani laureati in discipline tecniche che oggi emigrano portando le loro capacita´all´estero e farebbero avanzare il paese tecnologicamente in maniera importante in un momento in cui questo è necessario e vitale.

Sergio Romano, ne I luoghi della storia, scriveva in relazione ai grandi progetti che in Italia non si riuscivano a realizzare, che “sono il segno di una patologia istituzionale che impedisce all’Italia di modernizzarsi”. È purtroppo vero ancora oggi, solo che l´Italia di oggi non e’ più quella, ancora ricca, del 1999 pre-Euro.

Domani non avremo altre possibilità, oggi siamo arrivati al redde rationem.

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